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"La venuta di Cristo dirada le tenebre del mondo, riempie la Notte santa di un fulgore celeste e diffonde sul volto degli uomini lo splendore di Dio Padre"

25 gennaio 2012

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI PER LA GIORNATA MONDIALE MISSIONARIA 2012

Pubblichiamo di seguito il testo del Messaggio del Santo Padre Benedetto XVI per la Giornata Mondiale Missionaria, che quest’anno si celebra domenica 21 ottobre sul tema: "Chiamati a far risplendere la Parola di verità":
  • MESSAGGIO DEL SANTO PADRE
    "Chiamati a far risplendere la Parola di verità" (Lett. ap. Porta fidei, 6)
    Cari fratelli e sorelle!
    La celebrazione della Giornata Missionaria Mondiale si carica quest’anno di un significato tutto particolare. La ricorrenza del 50° anniversario del Decreto conciliare Ad gentes, l’apertura dell’Anno della fede e il Sinodo dei Vescovi sul tema della nuova evangelizzazione concorrono a riaffermare la volontà della Chiesa di impegnarsi con maggiore coraggio e ardore nella missio ad gentes perché il Vangelo giunga fino agli estremi confini della terra.
    Il Concilio Ecumenico Vaticano II, con la partecipazione dei Vescovi cattolici provenienti da ogni angolo della terra, è stato un segno luminoso dell’universalità della Chiesa, accogliendo, per la prima volta, un così alto numero di Padri Conciliari provenienti dall’Asia, dall’Africa, dall’America Latina e dall’Oceania. Vescovi missionari e Vescovi autoctoni, Pastori di comunità sparse fra popolazioni non cristiane, che portavano nell’Assise conciliare l’immagine di una Chiesa presente in tutti i Continenti e che si facevano interpreti delle complesse realtà dell’allora cosiddetto "Terzo Mondo". Ricchi dell’esperienza derivata dall’essere Pastori di Chiese giovani ed in via di formazione, animati dalla passione per la diffusione del Regno di Dio, essi hanno contribuito in maniera rilevante a riaffermare la necessità e l’urgenza dell’evangelizzazione ad gentes, e quindi a portare al centro dell’ecclesiologia la natura missionaria della Chiesa.
    Ecclesiologia missionariaQuesta visione oggi non è venuta meno, anzi, ha conosciuto una feconda riflessione teologica e pastorale e, al tempo stesso, si ripropone con rinnovata urgenza perché si è dilatato il numero di coloro che non conoscono ancora Cristo: "Gli uomini che attendono Cristo sono ancora in numero immenso", affermava il beato Giovanni Paolo II nell’Enciclica Redemptoris missio sulla permanente validità del mandato missionario, e aggiungeva: "Non possiamo restarcene tranquilli, pensando ai milioni di nostri fratelli e sorelle, anch’essi redenti dal sangue di Cristo, che vivono ignari dell’amore di Dio" (n. 86). Anch’io, nell’indire l’Anno della fede, ho scritto che Cristo "oggi come allora, ci invia per le strade del mondo per proclamare il suo Vangelo a tutti i popoli della terra" (Lett. ap. Porta fidei, 7); proclamazione che, come si esprimeva anche il Servo di Dio Paolo VI nell’Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, "non è per la Chiesa un contributo facoltativo: è il dovere che le incombe per mandato del Signore Gesù, affinché gli uomini possano credere ed essere salvati. Sì, questo messaggio è necessario. È unico. È insostituibile" (n. 5). Abbiamo bisogno quindi di riprendere lo stesso slancio apostolico delle prime comunità cristiane, che, piccole e indifese, furono capaci, con l’annuncio e la testimonianza, di diffondere il Vangelo in tutto il mondo allora conosciuto.
    Non meraviglia quindi che il Concilio Vaticano II e il successivo Magistero della Chiesa insistano in modo speciale sul mandato missionario che Cristo ha affidato ai suoi discepoli e che deve essere impegno dell’intero Popolo di Dio, Vescovi, sacerdoti, diaconi, religiosi, religiose, laici. La cura di annunziare il Vangelo in ogni parte della terra spetta primariamente ai Vescovi, diretti responsabili dell’evangelizzazione nel mondo, sia come membri del collegio episcopale, sia come Pastori delle Chiese particolari. Essi, infatti, "sono stati consacrati non soltanto per una diocesi, ma per la salvezza di tutto il mondo" (Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptoris missio, 63), "messaggeri di fede che portano nuovi discepoli a Cristo" (Ad gentes, 20) e rendono "visibile lo spirito e l’ardore missionario del Popolo di Dio, sicché la diocesi tutta si fa missionaria" (ibid., 38).
    La priorità dell’evangelizzareIl mandato di predicare il Vangelo non si esaurisce perciò, per un Pastore, nell’attenzione verso la porzione del Popolo di Dio affidata alle sue cure pastorali, né nell’invio di qualche sacerdote, laico o laica fidei donum. Esso deve coinvolgere tutta l’attività della Chiesa particolare, tutti i suoi settori, in breve, tutto il suo essere e il suo operare. Il Concilio Vaticano II lo ha indicato con chiarezza e il Magistero successivo l’ha ribadito con forza. Ciò richiede di adeguare costantemente stili di vita, piani pastorali e organizzazione diocesana a questa dimensione fondamentale dell’essere Chiesa, specialmente nel nostro mondo in continuo cambiamento. E questo vale anche per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, come pure per i Movimenti ecclesiali: tutte le componenti del grande mosaico della Chiesa devono sentirsi fortemente interpellate dal mandato del Signore di predicare il Vangelo, affinché Cristo sia annunciato ovunque. Noi Pastori, i religiosi, le religiose e tutti i fedeli in Cristo, dobbiamo metterci sulle orme dell’apostolo Paolo, il quale, "prigioniero di Cristo per i pagani" (Ef3,1), ha lavorato, sofferto e lottato per far giungere il Vangelo in mezzo ai pagani (cfr Ef 1,24-29), senza risparmiare energie, tempo e mezzi per far conoscere il Messaggio di Cristo.
    Anche oggi la missione ad gentes deve essere il costante orizzonte e il paradigma di ogni attività ecclesiale, perché l’identità stessa della Chiesa è costituita dalla fede nel Mistero di Dio, che si è rivelato in Cristo per portarci la salvezza, e dalla missione di testimoniarlo e annunciarlo al mondo, fino al suo ritorno. Come san Paolo, dobbiamo essere attenti verso i lontani, quelli che non conoscono ancora Cristo e non hanno sperimentato la paternità di Dio, nella consapevolezza che "la cooperazione missionaria si deve allargare oggi a forme nuove includendo non solo l’aiuto economico, ma anche la partecipazione diretta all’evangelizzazione" (Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptoris missio, 82). La celebrazione dell’Anno della fede e del Sinodo dei Vescovi sulla nuova evangelizzazione saranno occasioni propizie per un rilancio della cooperazione missionaria, soprattutto in questa seconda dimensione.
    Fede e annuncioL’ansia di annunciare Cristo ci spinge anche a leggere la storia per scorgervi i problemi, le aspirazioni e le speranze dell’umanità, che Cristo deve sanare, purificare e riempire della sua presenza. Il suo Messaggio, infatti, è sempre attuale, si cala nel cuore stesso della storia ed è capace di dare risposta alle inquietudini più profonde di ogni uomo. Per questo la Chiesa, in tutte le sue componenti, deve essere consapevole che "gli orizzonti immensi della missione ecclesiale, la complessità della situazione presente chiedono oggi modalità rinnovate per poter comunicare efficacemente la Parola di Dio" (Benedetto XVI, Esort. ap. postsin. Verbum Domini, 97). Questo esige, anzitutto, una rinnovata adesione di fede personale e comunitaria al Vangelo di Gesù Cristo, "in un momento di profondo cambiamento come quello che l’umanità sta vivendo" (Lett. ap. Porta fidei, 8).
    Uno degli ostacoli allo slancio dell’evangelizzazione, infatti, è la crisi di fede, non solo del mondo occidentale, ma di gran parte dell’umanità, che pure ha fame e sete di Dio e deve essere invitata e condotta al pane di vita e all’acqua viva, come la Samaritana che si reca al pozzo di Giacobbe e dialoga con Cristo. Come racconta l’Evangelista Giovanni, la vicenda di questa donna è particolarmente significativa (cfr Gv 4,1-30): incontra Gesù, che le chiede da bere, ma poi le parla di un’acqua nuova, capace di spegnere la sete per sempre. La donna all’inizio non capisce, rimane a livello materiale, ma lentamente è condotta dal Signore a compiere un cammino di fede che la porta a riconoscerlo come il Messia. E a questo proposito sant’Agostino afferma: "dopo aver accolto nel cuore Cristo Signore, che altro avrebbe potuto fare [questa donna] se non abbandonare l’anfora e correre ad annunziare la buona novella?" (Omelia 15, 30). L’incontro con Cristo come Persona viva che colma la sete del cuore non può che portare al desiderio di condividere con altri la gioia di questa presenza e di farlo conoscere perché tutti la possano sperimentare. Occorre rinnovare l’entusiasmo di comunicare la fede per promuovere una nuova evangelizzazione delle comunità e dei Paesi di antica tradizione cristiana, che stanno perdendo il riferimento a Dio, in modo da riscoprire la gioia del credere. La preoccupazione di evangelizzare non deve mai rimanere ai margini dell’attività ecclesiale e della vita personale del cristiano, ma caratterizzarla fortemente, nella consapevolezza di essere destinatari e, al tempo stesso, missionari del Vangelo. Il punto centrale dell’annuncio rimane sempre lo stesso: il Kerigma del Cristo morto e risorto per la salvezza del mondo, il Kerigma dell’amore di Dio assoluto e totale per ogni uomo ed ogni donna, culminato nell’invio del Figlio eterno e unigenito, il Signore Gesù, il quale non disdegnò di assumere la povertà della nostra natura umana, amandola e riscattandola, per mezzo dell’offerta di sé sulla croce, dal peccato e dalla morte.
    La fede in Dio, in questo disegno di amore realizzato in Cristo, è anzitutto un dono e un mistero da accogliere nel cuore e nella vita e di cui ringraziare sempre il Signore. Ma la fede è un dono che ci è dato perché sia condiviso; è un talento ricevuto perché porti frutto; è una luce che non deve rimanere nascosta, ma illuminare tutta la casa. E’ il dono più importate che ci è stato fatto nella nostra esistenza e che non possiamo tenere per noi stessi.
    L’annuncio si fa carità"Guai a me se non annuncio il Vangelo!", diceva l’apostolo Paolo (1 Cor 9,16). Questa parola risuona con forza per ogni cristiano e per ogni comunità cristiana in tutti i Continenti. Anche per le Chiese nei territori di missione, Chiese per lo più giovani, spesso di recente fondazione, la missionarietà è diventata una dimensione connaturale, anche se esse stesse hanno ancora bisogno di missionari. Tanti sacerdoti, religiosi e religiose, da ogni parte del mondo, numerosi laici e addirittura intere famiglie lasciano i propri Paesi, le proprie comunità locali e si recano presso altre Chiese per testimoniare e annunciare il Nome di Cristo, nel quale l’umanità trova la salvezza. Si tratta di un’espressione di profonda comunione, condivisione e carità tra le Chiese, perché ogni uomo possa ascoltare o riascoltare l’annuncio che risana e accostarsi ai Sacramenti, fonte della vera vita.
    Insieme a questo alto segno della fede che si trasforma in carità, ricordo e ringrazio le Pontificie Opere Missionarie, strumento per la cooperazione alla missione universale della Chiesa nel mondo. Attraverso la loro azione l’annuncio del Vangelo si fa anche intervento in aiuto del prossimo, giustizia verso i più poveri, possibilità di istruzione nei più sperduti villaggi, assistenza medica in luoghi remoti, emancipazione dalla miseria, riabilitazione di chi è emarginato, sostegno allo sviluppo dei popoli, superamento delle divisioni etniche, rispetto per la vita in ogni sua fase.
    Cari fratelli e sorelle, invoco sull’opera di evangelizzazione ad gentes, ed in particolare sui suoi operai, l’effusione dello Spirito Santo, perché la Grazia di Dio la faccia camminare più decisamente nella storia del mondo. Con il beato John Henry Newman vorrei pregare: "Accompagna, o Signore, i tuoi missionari nelle terre da evangelizzare, metti le parole giuste sulle loro labbra, rendi fruttuosa la loro fatica". La Vergine Maria, Madre della Chiesa e Stella dell’evangelizzazione, accompagni tutti i missionari del Vangelo.
    Dal Vaticano, 6 gennaio 2012, Solennità dell’Epifania del Signore
    BENEDICTUS PP XVI

  • fiori della settimana 3 ordinario 2012







    23 gennaio 2012


    Perché il matrimonio è Sacramento?
    Libro di Carlo Rocchetta sulla teologia della famiglia
    di Britta Dörre
    ROMA, sabato, 21 gennaio 2012 
    Perchè la Chiesa ha dato al matrimonio la dignità del Sacramento? Che c’entra la teologia con il rapporto sponsale tra uomo e donna? In che modo le relazioni tra familiari rientrano in un discorso sacramentale?
    A queste ed altre domande ha voluto rispondere Carlo Rocchetta con il libro “Teologia della famiglia. Fondamenti e prospettive” pubblicato dalla EDB di Bologna.
    Carlo Rocchetta è stato docente di Sacramentaria alla Pontificia Università Gregoriana di Roma e alla Facoltà teologica di Firenze, è socio fondatore della Società italiana per la ricerca teologica (SIRT) e dell'International Academy for Marital Spirituality (Intams) con sede a Bruxelles.
    Autore di un numero impressionate di libri e saggi è docente all'Istituto teologico di Assisi e presso le EDB dirige la collana «Corso di teologia sistematica».
    Come nasce questo ampio testo sulla teologia della famiglia?
    Rocchetta: Dopo più trent’anni d’insegnamento, vivo e opero da oltre un decennio in un Centro Familiare, con una comunità di coniugi, a servizio delle coppie e specialmente di quelle in difficoltà1, e non desidero altro che contribuire - nel mio piccolo – alla proclamazione del progetto di Dio sulla famiglia e all’animazione di una pastorale familiare adeguata alle complesse situazioni odierne. Lo studio si colloca in questo ambito. Sarò felice - e ringrazio fin d’ora Dio - se il volume, frutto di un lungo percorso d’indagine e d’impegno quotidiano con gli sposi e i loro figli, potrà rappresentare un contributo concreto alla riflessione teologica sulla famiglia. Non ho la pretesa – e ne sono ben cosciente - di aver elaborato col mio volume una verifica esaustiva del tema; mi basta averne individuato i fondamenti e le prospettive di fondo, non indulgendo su questioni meramente speculative; fondamenti e prospettive che spero possano rappresentare un itinerario utile per l’oggi della comunità cristiana e la sua missione, a servizio della famiglia e della sua evangelizzazione
    In che senso si può parlare di “teologia della famiglia”?
    Rocchetta: La dizione “teologia della famiglia” non vanta una lunga storia; risulta anzi piuttosto recente. Fino alla prima metà del XX secolo si usava quasi solo quella di “teologia del matrimonio”. La famiglia era considerata più come una realtà di ordine sociologico, morale o giuridico che propriamente dogmatico. Non esiste, a tutt’oggi, una sintesi organica e sufficientemente articolata di teologia della famiglia. Gli apporti pionieristici, pur meritevoli, si limitavano a combinare tematiche antropologiche con preoccupazioni etiche. Due limiti di fondo sembrano permanere a livello dogmatico: 1°. la teologia continua ad analizzare il matrimonio più nell’atto della sua nascita (in fieri) che nella sua permanenza come comunità sacramentale (in factum esse), insistendo sulla costituzione del sacramento piuttosto che sul sacramento costituito; 2°. la comunità familiare viene pensata più come un allargamento dell’identità della coppia che come una comunione nuziale di persone: comunità di vita e di amore indirizzata a diventare, in forza dell’evento celebrato, comunità di grazia e di salvezza per gli sposi e i figli, “piccola Chiesa” nella grande Chiesa.
    Quale l’attualità del suo testo?
    Rocchetta: L’attualità emerge dalle sfide che si pongono oggi alla famiglia. Da anni è sempre più accentuata la tendenza a parlare più di “famiglie” che di “famiglia”, quasi che “la” famiglia al singolare non esista più o sia comunque destinata a scomparire, in nome di una pluralità di aggregazioni molto differenziate tra loro, variamente qualificate. Il fenomeno non si presenta come un dato marginale o limitato, ma come sempre più diffuso a livello nazionale e mondiale. A quali esiti può condurre un fenomeno di questo genere? Esiste un’idea comune di famiglia, al di là delle variabili legate alle singole culture o epoche? Come rispondere alle nuove istanze? Quale contributo la teologia è in grado di fornire per motivare la visione cristiana del matrimonio e della famiglia? Sono interrogativi complessi, legati anche a scienze umane come l’etnografia, l’antropologia culturale, la sociologia, la biologia, ma su cui occorre soffermarsi, liberi da pregiudizi ideologici siano essi di stampo marxista o neoliberista, strutturalista o scientista. Il testo “Teologia della famiglia” intende rispondere a questi interrogativi, fornendo una quadro di antropologia teologica e di indigine biblico-storico-dogmatica il più possibile adeguata alle nuove sfide.
    Qual è il filo rosso che lega in unità le sei parti del volume?
    Rocchetta: Il filo rosso è fornito da una parola chiave di tutta la mia ricerca teologica: la parola “tenerezza”. Dio è tenerezza e col dono della grazia salvifica trasforma la tenerezza dell'uomo e della donna in tenerezza teologale. In tesa in questa ottica, la tenerezza trova il suo centro e il suo nucleo portante nella coppia/ famiglia ed è indirizzata ad allargarsi a cerchi concentrici sempre più ampi, passando per le singole persone, le mini- e macro-aggregazioni, per giungere fino all'organizzazione della vita dei popoli e del “villaggio globale”. Il problema è di essere educati alla tenerezza. Se infatti la tenerezza costituisce una qualità inscritta in ognuno di noi fin dalla nascita, essa rischia di ritrarsi nelle parti più nascoste di noi stessi, fino ad essere sostituita con attitudini esattamente contrarie come la rigidità, la durezza di cuore e l’egoismo.
    Approfondire questo orizzonte - oltre a porre in luce una dimensione costitutiva del progetto di Dio - risponde all’emergenza di quel “consumismo degli affetti” imperante nella nostra cultura e dice come senza una matura affettività la famiglia non possa edificarsi come comunione di persone e realizzare la sua identità. Le crisi della coppia, il fallimento di tanti matrimoni e gli stessi disturbi di tanti giovani non hanno forse origine da questo vuoto? Solo la tenerezza come maturità affettiva edifica la comunità familiare come comunità di vita e prima comunità educante. Quanti compongono la famiglia sono chiamati ad andare a scuola di tenerezza, superando ogni forma di analfabetismo in questo campo e imparando ad arricchirsi reciprocamente dei talenti di cui ognuno è portatore, per costruire, insieme, un “noi”, una famiglia che si offra come “casa di tenerezza” per tutti, compresa la comunità ecclesiale e la società.
    Lei parla di famiglia come comunità della tenerezza di Dio. Può spiegarsi?
    Rocchetta: Non è comune, in teologia, qualificare la famiglia come comunità di tenerezza. E’ frequente la definizione di famiglia come “comunità di amore”, ma non è esattamente la stessa cosa. La tenerezza costituisce il páthos dell’amore e - come si avrà modo di verificare - mette in evidenza un sentire affettivo che solo indirettamente è contemplato dalla categoria di “amore”. Naturalmente “amore” e “tenerezza” si intrecciano e non possono stare l’uno senza l’altra, ma formalmente si distinguono. La prospettiva della comunità familiare come “comunità di tenerezza” non è solo suggestiva, ma essenziale, e rappresenta uno sviluppo ulteriore per una piena comprensione teologica della famiglia. I motivi dello scarso sviluppo della prospettiva sono molteplici. Uno risiede nel confondere il termine “tenerezza” con un vago sentimentalismo romantico, riducibile a sdolcinature o ad un’attitudine emotiva epidermica; ma non è così: il sentimento della tenerezza, se bene inteso, rappresenta un sentimento forte, non debole, e coincide con la maturità affettiva, e suppone il superamento di ogni forma di superficialità. Un secondo motivo è dato dal ritardo con cui il pensiero cristiano ha affrontato la teologia dei sentimenti; ritardo derivante, tra i tanti fattori, dall’influsso di un medio-platonismo in base a cui tutto ciò che riguardava la corporeità, i sensi e la sensibilità, sarebbe stato di livello inferiore rispetto alla pura spiritualità. Una visione dualista che ha influito più di quanto si pensi sull’acquisizione di una riflessione cristiana in grado di leggere la famiglia come comunità affettiva, con l’assunzione del sentimento della tenerezza quale anima e struttura portante della comunione nuziale che fonda la famiglia. Come un microsistema relazionale, la comunità familiare infatti non nasce, non si edifica e non può durare che sulla base di una concreta, autentica e matura relazione di affetto tra gli sposi, i genitori e i figli.
    *
    1 La comunità è denominata “Centro Familiare Casa della Tenerezza”, con sede a Perugia; per ulteriori informazioni, si veda il sito internet: www.casadellatenerezza.it.

    20 gennaio 2012



      
     
     

    «Chi dice la gente che io sia?» domanda anche oggi Gesù

    IDENTIKIT DEL MESSIA

    di Giacomo Biffi
    Cardinale arcivescovo emerito di Bologna

     

    Ciò che primariamente colpisce nel magistero di Gesù è la straordinaria chiarezza di idee. Tutto è lucidamente enunciato senza ambiguità o tentennamenti. Le esitazioni, il rifugio nel soggettivismo, le formule dubitative («forse», «secondo me», «mi parrebbe»), così frequenti nel nostro dire, non si incontrano mai nei suoi discorsi, dai quali sono lontanissimi i vezzi, le civetterie,l’apparente arrendevolezza del “pensiero debole”. Gesù manifesta anzi una sicurezza che sarebbe persino irritante, se non fossimo contestualmente conquistati dall’oggettiva elevatezza e luminosità del suo insegnamento.

    Pur nella grande varietà degli argomenti toccati, non c’è frammentazione o incoerenza nella visione di Cristo. Tutto è raccolto e unificato attorno a due temi fondamentali sempre ricorrenti: quello del Padre (un padre che sta all’origine di qualsivoglia esistenza) e quello del Regno, traguardo di ogni tensione delle creature e del loro peregrinare nella storia. In lui però non c’è nulla né del pensatore distratto, così assorto nelle sue alte elucubrazioni da non accorgersi nemmeno più delle piccole cose, né del superuomo che disdegna di lasciarsi impigliare negli accadimenti senza rilevanza e senza gloria. Al contrario: Gesù si dimostra un osservatore attento — anzi interessato e compiaciuto — della realtà “feriale” nella quale siamo tutti immersi.

    Le cose più umili vengono utilizzate nei suoi paragoni: i bicchieri e i piatti da lavare, la lucerna e il lucerniere, il sale da usare in cucina, il bicchiere d’acqua fresca, il vino vecchio che è più buono, il vestito rattoppato, la pagliuzza e la trave, la cruna degli aghi, i danni provocati dalle tarme e dalla ruggine, gli effimeri fiori del campo, le prime foglie del fico, l’arbusto di senape, il seme che cade in terreni diversamente accoglienti e produttivi, la rete dei pescatori che raccoglie al tempo stesso pesci commestibili e pesci da buttare, la pecora che si allontana dal gregge e si perde. E questo è un elenco che si potrebbe molto allungare.

    Quanto s’è detto dovrebbe bastare a persuaderci che Gesù non ha somiglianza alcuna con l’ideologo che — tutto preso dalle sue grandiose teorie — non riesce più a vedere e a prendere in considerazione le vicissitudini spicciole della gente comune. E proprio questa sua sensibilità per le piccole cose concrete e l’arte sua inimitabile di incastonarle nei ragionamenti più alti gli consentono di parlare a tutti, anche ai semplici, delle verità più sublimi con la mediazione di un linguaggio limpido e originale; un linguaggio che ci appare ben diverso da quello di molti pensatori professionisti e di non pochi attori della scena politica.

    Gesù si dimostra poi sempre un uomo sovranamente libero. Nessuno riesce a distoglierlo dai suoi intenti. È libero di fronte a quelli del suo clan, i quali, dopo averlo preso per matto (cfr. Marco, 3, 21), si immaginano di poter ricavare qualche vantaggio dal suo successo e dalla sua notorietà e cercano di riprendere i rapporti (cfr. Marco, 3, 31-34).

    È libero di fronte ai capi del suo popolo e ai suoi avversari, che cercano di ostacolarlo nel suo ministero, e ai quali risponde seccamente: «Il Padre mio lavora sempre e anch’io lavoro» (Giovanni, 5, 17). Egli riconosce e rispetta l’autorità, ma non ha timori reverenziali nei confronti delle persone che ne sono investite. Basti pensare alle invettive rivolte ai farisei e agli scribi (cfr. Matteo, 23, 32). Ai sadducei, che ricoprivano le più alte cariche sacerdotali, non esita a manifestare il suo dissenso nei termini più decisi: «Voi vi ingannate, poiché non conoscete né le Scritture né la potenza di Dio» (Matteo, 22, 29). Con il tetrarca di Galilea, Erode, non fa proprio complimenti: «Andate a dire a quella volpe...» (cfr. Luca, 13, 32).

    Del resto, la sua franchezza è esplicitamente riconosciuta anche da quelli che gli sono ostili, come i farisei e gli erodiani che una volta così gli si rivolgono: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e non ti curi di nessuno; infatti non guardi in faccia agli uomini, ma secondo verità insegni la via di Dio» (Marc o , 12, 14). Gesù è libero perfino dalla «apparenza della virtù»; vale a dire, non lo preoccupano affatto i giudizi malevoli e manifestamente infondati che la gente può formulare su di lui. Egli va avanti per la sua strada, anche a prezzo del deterioramento della sua buona fama: «È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e dicono: “Ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori”» (Matteo, 11, 19). Si direbbe che ritenga valido anche per sé l’ammonimento che rivolge agli altri: «Guai a voi quando tutti gli uomini diranno bene di voi» (cfr. Luca, 6, 26).

    Sono eccezionali in Gesù la solidità psicologica e il dominio di sé. È tranquillo e impavido nel bel mezzo di una tempesta che rischia di rovesciargli la barca (cfr.Marco, 4, 35-41), così come con impressionante forza d’animo affronta e quasi ipnotizza la folla inferocita di Nazaret che si propone di ucciderlo: «Tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio. Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò» (Luca, 4, 28-30).

    Non è però un imperturbabile gentleman della società vittoriana, che si fa un punto d’onore di non lasciar trapelare all’esterno le proprie emozioni. Al contrario, Gesù non ha alcun ritegno a mostrarsi sconvolto, come per esempio davanti alle lacrime di Maria, la sorella di Lazzaro: «Quando la vide piangere (...) si commosse profondamente»; anzi «si turbò», precisa l’evangelista (cfr. Giovanni, 11, 33). E al pensiero della morte dell’amico, «scoppiò in pianto» anche lui; tanto che i presenti commentano: «Vedi come l’amava» (cfr. Giovanni, 11, 35-36). Contemplando dall’alto Gerusalemme, alla prospettiva della sua distruzione non sa frenare le lacrime: «Quando fu vicino, alla vista della città, pianse su di essa, dicendo: “Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, la via della pace”» (cfr.Luca, 10, 41-42).

    Ma sa anche entusiasmarsi, lasciandosi contagiare dalla gioia dei discepoli, felici di aver portato a termine la loro prima esperienza di evangelizzazione: «I settantadue tornarono pieni di gioia (...) In quello stesso istante Gesù esultò nello Spirito Santo e disse: “Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra”» (cfr. Luca, 10, 17-21).

    Gesù era dunque un uomo che sapeva piangere e sapeva stare allegro. Che sapesse piangere è esplicitamente documentato, come s’è visto; che sapesse anche stare lietamente in compagnia, lo si deduce se non altro dal piacere con cui i pubblicani — che erano di solito gaudenti e bontemponi — l’accoglievano alla loro mensa. Quando aveva di fronte della gente affaticata ed esausta, provvedeva fattivamente a sostentarla. Ma certo non doveva avere l’abitudine di rovinare la serenità e la giocondità di un convito con riflessioni troppo malinconiche o con richiami intempestivi alla fame nel mondo.

    Leggiamo ora un famoso episodio della sua vita, secondo la narrazione di Matteo: «Essendo giunto Gesù nella regione di Cesarea di Filippo, chiese ai suoi discepoli: “La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?”. Risposero: “Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia o qualcuno dei profeti”. Disse loro: “Voi chi dite che io sia?”. Rispose Simon Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. E Gesù: “Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli”» (Matteo, 16, 13-17).

    Come si vede, Gesù stesso propone qui il “problema di Cristo”. Ed è stimolante rilevare come Gesù sia interessato a un duplice tipo di investigazione: innanzitutto: La gente chi dice che io sia? Quali sono su di me le opinioni del mondo? Poi: Voi chi dite che io sia? Voi che siete la mia Chiesa, voi che vi esprimete ufficialmente per bocca di Pietro, che cosa dite agli uomini di me?

    Ad ascoltare la «gente» non si raccoglie, a proposito di Cristo, una certezza, ma piuttosto una molteplicità di opinioni. Passiamole un po’ in rassegna, facendone in qualche modo tre gruppi, così da semplificare il discorso.

    Gesù è per molti un mito, che ha arricchito e adornato l’esistenza, senza aver lui l’esistenza; qualcosa come Orfeo nell’antico mondo greco e, più modestamente, come Babbo Natale nel moderno Occidente secolarizzato. Oppure è un uomo leggendario che, proprio perché non è mai esistito, ha potuto essere rivestito a poco a poco dei caratteri della divinità. O, se si vuole, è un’idea divina, una fede, uno slancio dello spirito, che ha assunto progressivamente nella coscienza di una comunità di uomini sembianza e natura di uomo. Insomma, una grandezza sovrumana, ma irreale.

    Gesù — dicono altri — è un uomo, straordinariamente ma semplicemente uomo, che con il suo fascino eccezionale, la sua intelligenza sublime, la sua meravigliosa personalità, ha impresso un corso nuovo alla storia universale: in una parola, un genio. C’è chi dice: un genio religioso, che, avendo intuito con chiarezza e intensità inarrivabili l’ultima verità delle cose, ha scoperto la paternità di Dio, il culto «in spirito e verità», la legge della carità. C’è chi dice: un genio filosofico, che ha rivelato il valore della coscienza soggettiva e il primato del mondo interiore su quello esteriore. C’è chi dice: un genio sociale, che ha affermato la sostanziale uguaglianza tra gli uomini e ha esaltato la ricerca della giustizia. C’è chi dice: un genio politico, che ha introdotto nella storia umana l’impegno e l’ideale della liberazione da tutte le prepotenze e da tutte le oppressioni esteriori. Insomma, una grandezza reale, ma non sovrumana.

    Gesù — dice una terza opinione — è un uomo certamente esistito, ma del quale non è possibile sapere niente di certo: i documenti in nostro possesso ci parlano tutti del Cristo che è stato oggetto della fede, dell’amore, dell’adorazione della comunità primitiva, ma non ci mettono in condizione di chiarire chi sia stato veramente in se stesso il Gesù della storia. Insomma, un enigma storico che non sarà mai risolto.

    C’è da notare che, in genere, i giudizi che circolano tra la «gente» sono intenzionalmente positivi e benevoli: nessuno, o quasi nessuno, parla male di lui. Istituire la critica di queste opinioni, mostrandone sia il bagliore di verità che c’è in ciascuna sia i suoi limiti e la sua globale inconsistenza, è un lavoro di analisi lungo, ma non difficile, e in altra sede anche doveroso per il cristiano che vuol vivere la sua fede in modo intellettualmente maturo. Ma noi non ce lo proponiamo, in questa che vuol essere una meditazione e si prefigge solo il confronto tra le due posizioni (quella della gente e quella della Chiesa), per rilevare i due diversi modi di accostare il mistero di Cristo e prendere consapevolezza della loro totale e assoluta incompatibilità.

    Questa riflessione vuol solo inquietare, fino a estinguere, se possibile, la coesistenza nel nostro spirito di mondo e Chiesa, delle opinioni della gente e della conoscenza donataci dal Padre, per crescere nella limpidità della fede e nella coerenza della vita.

    Anche se molto diverse tra loro, le opinioni della «gente» hanno in comune il ritenere Gesù di Nazaret un “caso classificabile”: «uno dei profeti». È un mito? La storia è piena di miti. È un’idea che ha segnato la vicenda umana? Sarebbe paragonabile alla gnosi del mondo antico o al marxismo del mondo moderno. Un genio religioso? Possiamo annoverarlo con Buddha, con Mosè, con Maometto. Un filosofo? Platone e Aristotele lo possono prendere in loro compagnia. Un indagatore del sociale? Potrebbe stare con gli Enciclopedisti del XVIII secolo e con Marx. Un agitatore? Come lui e più efficaci di lui, ci sarebbero Spartaco, Masaniello, Bakunin. Un liberatore? Mettiamolo con Simón Bolivar e con Giuseppe Garibaldi. Un uomo di cui non si può sapere nulla di certo? Se ne danno altri esempi: Omero, Pitagora, lo stesso Socrate sarebbero a lui assimilabili.

    Sembrerebbe di capire che lo sforzo inconscio della «gente», pur manifestandosi in ipotesi molto disparate e pur esprimendosi in giudizi solitamente benigni, sia quello di ridurre Gesù di Nazaret a qualcosa di già contemplato, di risaputo, di “normale”: l’importante è metterlo in qualche scompartimento previsto dalla esperienza umana; così, quando è sistemato in un cassetto ed etichettato, non è più un caso unico e non può turbare più.

    Se la caratteristica del parere della «gente» è la pluralità delle opinioni, la connotazione della risposta ecclesiale è l’unità. Non c’è pluralismo nella Chiesa a proposito di Gesù Cristo: la risposta di Pietro è la risposta di tutti. L’identità della convinzione di ciascuno di noi con la fede di Pietro è la “pietra” di paragone che giudica la legittimità dell’appartenenza ecclesiale. Chi altera questa fede non può avere posto nella Chiesa. La comunità apostolica non conosce su questo punto alcuna propensione all’irenismo. «Se qualcuno viene a voi e non porta questo insegnamento, non ricevetelo in casa e non salutatelo» (2 Giovanni, 10). «Vi metto in guardia dalle bestie in forma d’uomo, che non solo voi non dovete accogliere, ma, se è possibile, neppure incontrare. Solo dovete pregare per loro perché si convertano, il che è difficile » (Ignazio, Agli Smirnesi IV, 1). «Sono cani rabbiosi, che mordono di nascosto; voi dovete guardarvi da costoro, che sono difficilmente curabili» (Ignazio, Agli Efesini VII, 1).

    E mentre le “opinioni” mondane su Gesù di Nazaret tendono, come si è visto, a renderlo classificabile, la fede ecclesiale, che si esprime per bocca di Pietro, sottolinea la sua assoluta unicità: Gesù di Nazaret è «il Cristo, il figlio del Vivente, il figlio di Dio». Gesù di Nazaret è «il»: un caso a sé del tutto imparagonabile.

    Come si è potuto vedere, il nocciolo del problema cristologico sta proprio qui: Gesù è “uno dei...” o “il”?; è catalogabile o è un caso a sé? la sua comparsa nel mondo è un fatto importante, ma commisurabile con i nostri metri di giudizio, o è un evento unico, decisivo, irripetibile?

    Questa è la questione. Essere “cristiani” significa avere capito che Gesù è “il”, che non ci sono qualifiche adeguate a lui, che è una singolarità assoluta. Ne viene come conseguenza esistenziale che anche il nostro rapporto con lui non sopporta altre connotazioni che la “unicità”. La nostra conoscenza di lui non può essere quella che vale per le altre cose e le altre persone, ma è una luce che ci è data dall’alto: «Né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli». Il riconoscimento della sua signoria non è la conclusione di un teorema, ma una docilità allo Spirito Santo: «Nessuno può dire: Gesù è Signore, se non nello Spirito Santo» (1 Corinzi, 12, 3). Il nostro amore per lui non può tollerare confronti: «Chi ama il padre o la madre più di me, non è degno di me» (Matteo, 10, 37). Il nostro puntare la vita per lui non può che essere totale, assoluto, definitivo, come nessuna militanza è ragionevole che sia: «Chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà» (Matteo, 10, 39).

    © L'Osservatore Romano 20 gennaio 2012

    19 gennaio 2012


    Gesù è il "come se" di questa vita
    Vangelo della III Domenica del Tempo Ordinario
    di padre Angelo del Favero*
    ROMA, giovedì, 19 gennaio 2012 
    1Cor 7,29-31
    Questo vi dico, fratelli: il tempo si è fatto breve; d’ora innanzi quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; quelli che piangono, come se non piangessero; quelli che gioiscono, come se non gioissero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano i beni del mondo, come se non li usassero pienamente: passa infatti la figura di questo mondo!”.
    Mc 1,14-20
    Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il Vangelo di Dio, e diceva: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo”.
    Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: “Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini”. E subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedeo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.”.
    La risposta immediata dei primi discepoli alla chiamata del Signore, mostra chiaramente il significato dell’esortazione di Paolo a vivere “come se” ciò che accade attorno a noi fosse, di per sé, del tutto insignificante: “Questo vi dico, fratelli: il tempo si è fatto breve.. passa infatti la figura di questo mondo” (1Cor 7,29-31).
    Ora, è evidente che Simone, Andrea, Giacomo e Giovanni, non avrebbero mai lasciato lavoro e famiglia se a chiamarli non fosse stato Gesù.
    Ciò vuol dire che il distacco affettivo dal proprio mondo, non è comprensibile né possibile senza l’incontro con Colui per mezzo del quale “tutto è stato fatto”, e senza del quale“nulla è stato fatto di ciò che esiste” (Gv 1,3).
    Quando un uomo parte da casa per recarsi in un luogo lontano per una vacanza, o per partecipare ad un Convegno, alloggia per qualche tempo nell’albergo. Qui abita, mangia, dorme, usa le cose necessarie al vivere quotidiano, conosce persone nuove e, nel caso del Convegno, partecipa attivamente ai lavori. Tutto ciò è reale ed importante per lui, sebbene sia provvisorio e di breve durata. Giorno dopo giorno, tuttavia, egli è ben consapevole che dovrà tornare nella sua città, a casa sua e al proprio lavoro, a quelle cose che sono il suo vero mondo.
    Quest’ “altro” mondo dell’albergo, gli è estraneo, ed egli usa necessariamente tutte le cose “come se non le usasse pienamente” (1Cor 7,31), poiché non sono sue e dovrà lasciarle. Quella vacanza, o quel Convegno, sono solo una parentesi della sua vita e presto sarà tutto finito.
    La santa carmelitana Teresa d’Avila paragonava l’esistenza terrena al breve spazio di una notte passata in un cattivo albergo. Teresa non disprezzava certo questo mondo, ma la conoscenza che le era stata concessa della sublimità dell’Altro le faceva desiderare la morte, quale parto necessario per cominciare a vivere in pienezza l’ineffabile beatitudine del Regno dei Cieli.
    Perciò non considerava la morte un annientamento della vita, bensì la sua mèta agognata, come implicitamente annuncia oggi il Vangelo: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino” (Mc 1,14).
    Come per Teresa, anche per i primi discepoli tutto ciò ha un solo nome, Gesù Cristo:“Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini. E subito lasciarono le reti e lo seguirono” (Mc 4,17). Il regno di Dio è seguire Lui.
    Ed è unicamente per il nome di Gesù che anzitutto san Paolo ci esorta a vivere la scena passeggera di questo mondo con lieto e responsabile distacco, animati e sostenuti dal pensiero della definitività beata dell’Altro: “d’ora innanzi quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; quelli che piangono, come se non piangessero; quelli che gioiscono, come se non gioissero..” (1Cor 7,29-31).
    L’apostolo ne da’ una significativa testimonianza nella lettera ai Filippesi: “Non ho certo raggiunto la mèta, non sono arrivato alla perfezione; ma mi sforzo di correre per conquistarla, perché anch’io sono stato conquistato da Cristo Gesù. Fratelli, io non ritengo di averla ancora conquistata. So soltanto questo: dimenticando ciò che mi sta alle spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte, corro verso la mèta, al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù” (Fil 3,12-14).
    Queste parole vengono da un uomo che è pieno di gioia di vivere. Come i primi discepoli e tutti i santi, Paolo è stato afferrato da Cristo non certo per abbandonare la scena di questo mondo, ma per esserne lievito impastato con esso.
    Così, anche per noi, nella misura in cui riusciamo a vivere “santi e immacolati di fronte a lui nella carità” (Ef 1,4), la comunione in Cristo può diventare un’energia incontenibile per diffondere la gioia del Vangelo nel mondo intero.
    Il “non ancora” del Paradiso, diventa un “già” dentro la figura di questo mondo, perché, comunque e sempre, “il vivere è Cristo” (Fil 1,21-23).
    Ciò fa comprendere quel “come se” ripetuto cinque volte, che a noi suona del tutto impossibile, dal punto di visto psicologico.
    Cosa vuol dire, per il marito, vivere come se non avesse la moglie, e viceversa? Cosa vuol dire: per chi lavora, vivere come se non lavorasse; per chi studia, come se non studiasse, per chi possiede, come se non possedesse; per chi vive nella scena di questo mondo, come se non ci vivesse?
    Vuol dire fare e vivere tutte queste cose senza assolutizzarle in se stesse come fini, ma usarle come mezzi per fare la volontà di Dio, realizzando il Bene ed annunciando con la vita il Vangelo del Suo amore.
    La gioia del vivere sta nella Verità e nell’Amore; e la Verità e l’Amore è Cristo. Convertirsi e credere nel Vangelo è esattamente questo.

    Celebrazione Ecumenica della Parola
    Carissimi,
    preceduta, il 17 gennaio, dalla XXIII Giornata per l'approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei, dal 18 al 25 gennaio 2012 celebreremo la 45° Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani che quest'anno avrà per tema: "Tutti saremo trasformati dalla vittoria di Gesù Cristo, nostro Signore" (1 Cor 15,51-58).
    Mentre esorto tutte le comunità cristiane della Diocesi a pregare per il proseguimento del dialogo religioso con i nostri fratelli maggiori, i fratelli ebrei, e durante la settimana dal 18 al 25 gennaio per l'unità dei cristiani, invito tutti voi ed i fedeli della nostra Chiesa a partecipare alla Solenne Celebrazione Ecumenica della Parola, che, curata dall'Ufficio pastorale diocesano per il dialogo ecumenico ed interreligioso, avrà luogo martedì 24 gennaio 2012, alle ore 18.00, presso la chiesa parrocchiale di Sant'Andrea Apostolo in Subiaco. Alla celebrazione interverranno anche altri sacerdoti, pastori e rappresentanti delle confessioni cristiane presenti nel territorio della nostra Diocesi.
    Pregare per l'unità dei cristiani non è un accessorio opzionale della vita cristiana, ma al contrario, ne è il cuore poiché l'ultimo comandamento che il Signore ci ha lasciato prima di completare la sua offerta redentiva sulla croce, è stato quello della comunione fra i suoi discepoli, della loro unità come Lui e il Padre sono uno, perché il mondo creda. Auspico dunque che tale iniziativa sia partecipata.
    In attesa di incontrarvi a questo importante appuntamento di preghiera, colgo l'occasione per porgerVi un cordiale saluto
    + Mauro Parmeggiani
    Vescovo di Tivoli